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novembre 2020

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Banner Evoluzione fintech: i 5 trend che stanno influenzando il mercato delle aziende finanziarie
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Evoluzione fintech: i 5 trend che stanno influenzando il mercato delle aziende finanziarie

Il mercato del Fintech ha reagito meglio di quanto si potesse ipotizzare alla crisi economica e finanziaria scatenata dal Covid-19. Come emerge dallo “The State of Fintech Q2’20 Report: Investment & Sector Trend to watch” di CB Insights, nel secondo trimestre 2020 il funding per le aziende fintech è cresciuto del 17% rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 9,3 miliardi di dollari.

Secondo gli analisti di CB Insights, nel secondo trimestre 2020 sono emerse 5 tendenze che, nel corso dei prossimi trimestri, dovrebbero contribuire alla ulteriore crescita del settore fintech e alla sua definitiva maturazione.

1. Il fintech si “integra” nell’offerta delle aziende
Tra aprile e giugno 2020 si è assistito a una sostanziale crescita delle cosiddette “Embedded fintech”, ossia quelle società che promuovono servizi e prodotti finanziari “integrati” all’interno di altri servizi e prodotti (un esempio è Shopify, la società di eCommerce che nel 2013 ha lanciato la sua piattaforma di pagamento, Shopify Payment).
In particolare, le migliori performance sono state registrate dalle società legate al mondo dell’eCommerce e dei pagamenti online (sia B2b sia B2c), premiate anche da una prolifera fase di raccolta di finanziamenti. Nel corso del secondo trimestre dell’anno, infatti, alcune aziende specializzate nell’embedded fintech hanno visto crescere in maniera sensibile gli investimenti da parte di Venture Capitalist. AirWallex e Checkout, attive rispettivamente nei settori dei pagamenti B2b e B2c, hanno ad esempio raccolto 160 e 150 milioni di dollari per lo sviluppo dei loro servizi.

2. L’Open Banking favorisce la nascita di nuovi player
L’entrata in vigore della direttiva comunitaria “Open Banking” legata alla PSD2 – emanata il 13 gennaio 2018 e i cui frutti però si sono cominciati a vedere alla fine del 2019 – sta finalmente sortendo gli effetti sperati dai legislatori europei. Gradualmente, infatti, si è assistito alla nascita di un numero sempre maggiore di società attive nel settore dei servizi bancari. Allo stesso tempo, però, anche le “vecchie fintech”, nate magari alcuni decenni fa, non sono di certo rimaste a guardare: approfittando della nuova legislazione comunitaria, anche realtà più consolidate e stabili hanno iniziato a investire nel mondo dei servizi bancari “aperti”.

3. Il Covid-19: rampa di lancio per eCommerce (e pagamenti elettronici)
Uno degli “effetti collaterali” della pandemia e dei periodi di lockdown è la crescita senza precedenti del commercio elettronico. Chiusi in casa, il numero di persone che hanno comprato prodotti o servizi da un portale di eCommerce è decisamente cresciuto. Secondo alcune stime CB Insights, negli USA a fine 2020 gli acquisti online saranno circa un terzo degli acquisti totali fatti dai consumatori. Una tendenza simile si registra anche nel resto del mondo, Italia inclusa, dove il commercio elettronico è destinato a crescere del 26% rispetto al 2019 (22,7 miliardi di euro di volume d’affari, +4,7 miliardi rispetto all’anno precedente).
La crescita dell’eCommerce, ovviamente, influisce anche sul volume dei pagamenti elettronici e digitali. È stato registrato che nella prima settimana della “Fase 2” i pagamenti digitali sono aumentati del 55% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Non solo: i pagamenti digitali ed elettronici trovano terreno sempre più fertile anche nei negozi fisici, dove il pagamento con carta di credito o “innovative payments” è consigliato rispetto al pagamento in contanti. A beneficiarne sono anche alcune realtà del fintech, come Satispay e SumUp, che aiutano gli esercenti a integrare metodi di pagamento digitali e innovativi con il minimo sforzo organizzativo.

4. Il wealth management si consolida
La pandemia ha avuto un effetto rilavente anche nell’ambito del retail wealth management, portando sempre più investitori retail verso il mondo del trading. Il secondo trimestre 2020, in particolare, ha contribuito a consolidare diverse realtà del settore, che sono state acquisite da realtà più grandi e presenti da tempo nel mondo del wealth management (ovvero della gestione del patrimonio). Un’operazione, sotto molti punti di vista, “win-win”: le società fintech avranno così modo di crescere all’interno di un’azienda stabile e senza preoccupazioni di sorta per il futuro; i player storici, invece, avranno l’opportunità di inserirsi in un settore in rapida crescita senza dover partire da 0.

5. Quotazioni di borsa in crescita per le aziende Fintech
Come accennato inizialmente, il 2020 verrà probabilmente ricordato come l’anno delle quotazioni in borsa per le aziende del fintech. Un assaggio di questo trend si è già avuto nel secondo trimestre 2020: negli Stati Uniti diverse aziende – come Lemonade, nCino, SelectQuote, Shift4Payments e Fusion Acquisition tra le altre – hanno presentato alla SEC (l’autorità di vigilanza sulla Borsa, l’equivalente della nostra Consob) tutta la documentazione necessaria per essere quotate su uno dei listini di Wall Street.


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Microassicurazioni e telemedicina, l’insurtech Bima raccoglie altri 30 milioni

Nata in Svezia, ha portato le microassicurazioni nei Paesi emergenti. E’ cresciuta costantemente e adesso, con il coronavirus che ha acceso i riflettori sui servizi sanitari tech, offre anche telemedicina. Non ha faticato a trovare un importante investimento per diventare un player ibrido globale.

A cominciare dal 2016 BIMA ha fatto molto parlare di sé. Svedese, guidata da due giovani manager, la società ha raccolto fino a oggi oltre 200 milioni di dollari, tra cui un recente investimento da 30 milioni che coinvolge Allianz X e Leapfrog, che avevano già partecipazioni e il fondo cinese CreditEase Fintech Investment Fund (CEFIF). 

E’ nata proponendo microassicurazioni mobile-first nei Paesi emergenti attraverso un modello di business molto particolare: Bima stringe partnership con operatori di telefonia mobile e compagnie di assicurazione, in sostanza fa da ponte tra questi due provider per fornire polizze vita, salute e infortuni tramite telefono cellulare. I vantaggi emergono per tutti: i provider di servizi mobile rafforzano la propria relazione con i clienti e le assicurazioni aumentano la base clienti in mercati difficili da raggiungere, inoltre la società offre loro la collaborazione sul fronte dello sviluppo del prodotto e della distribuzione attraverso una propria rete di agenti locali “formati”: nei mercati di riferimento per BIMA è infatti molto importante creare la “cultura” sull’importanza dell’assicurazione e il contatto umano è sotto questo profilo insostituibile.

Questo modello è attecchito e ha cominciato a crescere come un veloce rampicante, sostenuto da investimenti.

Con lo scoppio della pandemia, Bima oltre alle polizze di assicurazione vita e sanitaria, a cominciato a offrire servizi di telemedicina e ha fatto boom di richieste del servizio, e anche di  ampliamento dello stesso per includere programmi sanitari per la gestione delle malattie e l’offerta di sconti per le farmacie.

BIMA ha registrato 2 milioni di consulenze di teleassicurazioni e ha in portafoglio circa 35 milioni di polizze assicurative e sanitarie, facendo crescere la sua base di clienti di circa 11 milioni di persone negli ultimi due anni. Attualmente è attiva in 10 Paesi – Ghana, Tanzania e Senegal in Africa; e in Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Malesia, Malesia, Pakistan, Filippine e Sri Lanka in tutta l’Asia.


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Top fintech 2020 nel mondo (Satispay unica italiana): ecco le 10 società più finanziate

La lista di CB Insights sul Fintech 2020 conferma lo strapotere degli Stati Uniti: oltre la metà delle imprese sono americane, solo una italiana: Satispay. Se si guarda poi alla top ten per i capitali raccolti, le americane sono 7 su 10. Solo una è una società europea: l’unicorno svedese Klarna.

CB Insight pubblica la sua annuale Top Fintech Companies 2020. Sono 250 società ma solo una è italiana: Satispay. Un bel risultato per il team guidato da Alberto Dalmasso ma un segnale preoccupante per l’ecosistema italiano e in genere europeo. Se si guarda la lista, infatti oltre la metà delle società sono americane (137 per la precisione).

Qui puoi vedere l’elenco completo delle 250 Top Fintech Companies 2020

Il team di ricerca di CB Insights ha selezionato le società Fintech 250 tra un pool di 16.000 candidati, sulla base di diversi fattori, tra cui i dati presentati da ciascuna azienda e il loro Mosaic Score. Il punteggio Mosaic, basato sull’algoritmo di CB Insights, misura la salute generale e il potenziale di crescita delle aziende. Attraverso questo approccio, basato su evidenze e dati statistici, il punteggio Mosaic può aiutare a prevedere il momento di crescita di una società, in base al contesto generale e alla sostenibilità finanziaria.

Fintech 2020, le 10 società più finanziate del mondo
Se poi si va a vedere la capacità finanziaria, lo strapotere degli Stati Uniti è ancora più evidente. Abbiamo estratto dalla lista di CB Insight le prime 10 fintech per l’entità dei finanziamenti totali. Stanno tutte sopra il miliardo e ben 7 società su 10 sono americane. Le altre? Una è di Singapore (Grab, ma sta al vertice con oltre 9 miliardi di raccolta) e un’altra brasiliana (Nubank). C’è solo una fintech europea: Klarna, unicorno svedese che quest’anno è sbarcato in Italia con l’acquisizione della startup Moneymour.


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Wide Group, il broker insurtech con una doppia anima

Vincitore della categoria “il Broker più innovativo” agli Insurtech Awards 2020, Wide Group punta sulla tecnologia a supporto degli intermediari assicurativi. Dal 2016, ha fatto crescere un network che oggi vale 100 milioni di euro in premi.

Gerardo Di Francesco, fondatore e managing partner di Wide Group, ha una visione delle tecnologie e dell’insurance molto precisa, a tratti controintuitiva rispetto al comune storytelling del mondo insurtech in cui il software si mangerà tutto, per citare un celebre venture capitalist.
Si mangerà, per esempio, il lavoro dei broker secondo molti, sostituendo il loro contributo con chatbot e vari tool di intelligenza artificiale capaci di automatizzare, e sterilizzare, alcuni processi dell’onboarding assicurativo, così come del claim management. Non così la pensa Wide Group.

“Wide è una insurtech nata a ottobre 2016 – racconta Gerardo Di Francesco – ed è nata concentrandosi sulla digital trasformation dell’intermediazione assicurativa. Fa analisi di processo, applica una tecnologia che viene chiamata RPA – robotic process automation – e un linguaggio di programmazione chiamato Ruby on Rails per automatizzare il lavoro del broker. La nostra infrastruttura è completamente in cloud. Tutto il software lo sviluppiamo noi, internamente, non esternalizziamo nessuna parte. Adesso ci stiamo concentrando molto con le attività di R&D su UX e customer journey, stiamo applicando metodologie scientifiche alla User Experience per migliorarla ulteriormente e stiamo anche lavorando molto su tutti i temi di connessione con l’ecosistema, con altri player, con tutte le tecnologie che riusciamo a mettere a terra, per favorire il dialogo machine2machine”.

Questa è l’anima ‘tech’ di Wide Group, che è naturalmente sinergica al modello di business.

“Siamo una società b2b2c che cresce prevalentemente tramite aggregazione, cioè ai broker più piccolini noi proponiamo un pacchetto tecnologico chiavi in mano e di entrare nel network di Wide Group, da ottobre 2016 sono entrati tanti, tanti colleghi. Noi abbiamo iniziato senza finanziamenti esterni, non abbiamo preso soldi da nessuno, banche o investitori, e in 4 anni siamo arrivati a 100mln di euro di raccolta premi, che corrispondono a circa 60mila contratti. Siamo stati fortunati ma anche bravi, penso che possiamo considerarci tra le insurtech italiane di maggior successo a livello di kpi numerici”.

Nel nostro Paese l’ecosistema insurtech è ancora piuttosto piccolo e poco competitivo, l’Osservatorio Fintech e Insurtech del PoliMi, ha contato circa 35 startup, e di queste la fetta maggiore va appunto in ambito distribution. Società che scommettono soprattutto nella crescita dell’online nei prossimi anni, considerato che attualmente la vendita di polizze online rappresenta circa l’1% del totale.

“Il nostro punto di partenza è stato diverso – dice ancora Di Francesco – Quanti intermediari ci sono in Italia? Sono ben 200mila, è un numero enorme, è la rete commerciale più forte del mondo. E allora, aiutiamoli questi intermediari, queste 200mila persone, ad abbracciare la digitalizzazione, perché i loro clienti abbracceranno la digitalizzazione in un periodo un po’ più lungo”.

Ma c’è anche un altro motivo, in fondo, per cui Wide Group è una tech company con un’anima ‘human’ che ‘non fa licenziare broker’, ma semmai li supporta, ed è un motivo in un certo senso più ideologico, che di business.

“Ci sono dei tipi di messaggi, delle conversazioni, che non possono essere fatte da un computer, ma si svolgono tra persone in carne e ossa. Ci si parla, con un certo calore, guardandosi negli occhi. Nonostante il Covid, nonostante la nostra vita sia ormai sempre più digitale, ci sono esperienze che probabilmente non diventeranno mai completamente digital, o almeno non lo diventeranno per tanto tempo ancora, perché sono espressione della nostra umanità. Vita, morte, salute, i risparmi e i sacrifici di tutta una vita, sono temi sui quali siamo tutti molto sensibili. La tecnologia non deve toglierci queste sensibilità, deve aiutarci a gestirle, essere qualcosa che facilita l’uomo, che lo solleva da determinati pesi e lo abilita in altri contesti.
Quando noi proponiamo tecnologia ai nostri broker è per liberare tempo, per permettere di fare un lavoro ad alto valore aggiunto, di fare consulenza professionale, customer service e tutto quello che serve con maggiore creatività, sfruttando il tempo diversamente, dedicandolo a ciò che è davvero importante”.


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Enel X Pay al debutto nel fintech: via al conto “digital native”

Un conto di collegamento collegato a una app e a una carta Mastercard. L’offerta di Enel X Pay può sembrare quella di una qualunque altra neobanca. La differenza fondamentale è che Enel è un gigante che può ambire al ruolo di piattaforma.

Come ha dichiarato il CEO di Enel X, Francesco Venturini, introducendo il progetto in conferenza stampa: «ci piacerebbe creare un ecosistema in cui i nostri clienti energia possono entrare e acquistare altri prodotti. Trasformarci da commodity a un ecosistema: un ecosistema Enel dove il cliente può spendere meglio e meno per prodotti e servizi di altissima qualità».

Il pensiero non va quindi alle FinTech italiane o nostrane e alle rispettive offerte di conti mobile-first. Le funzionalità transazionali in Enel X Pay ci sono, così come una serie di servizi aggiuntivi, dall’analisi delle spese all’invio di denaro P2P tra utenti (ci torneremo dopo). Ma il punto di forza è proprio nell’essere Enel: in quei 75 milioni di contatori che generano dati sul consumo famigliare, ad esempio.

Ricarica e mobilità elettrica
Ma anche in progetti come la joint venture di mobilità elettrica Hubject (che coinvolge anche Gruppo BMW, Bosch, EnBW, Innogy, Mercedes Benz AG, Siemens e il Gruppo Volkswagen): si potrà pagare con Enel X Pay la ricarica delle automobili elettriche in 250mila punti interoperabili in tutto il mondo.

Gli ecosistemi possibili
Ed è solo un esempio di come le funzionalità di pagamento potranno integrarsi in una serie di sistemi a valore aggiunto: l’automobile, come detto, che oltre che elettrica sarà anche connessa; la smart city, in tutte le sue declinazioni di servizi; e la smart home, ovviamente, in cui la gestione dei consumi, anche in ottica green e di riduzione dell’impronta di carbonio, è una voce importante.

Bollette e riconciliazione dei pagamenti
E poi c’è il pagamento delle bollette. Non solo quelle di Enel Energia, ma tutte: i bollettini, i MAV, i RAV, tutto il mondo PagoPA. Quello delle bollette è il punto di ingresso delle utilities nel mondo dei pagamenti: se pensiamo ai 500 milioni di bollette che, ogni anno, vanno riconciliate, spesso con commissioni importanti nel caso di pagamenti con carta agli uffici postali o ai tabaccai, è facile capire il perché.

Che cosa comprende Enel X Pay
Solo con quest’ottica si può guardare correttamente all’offerta, attuale e in divenire, di Enel X Pay. Un conto di pagamento, dicevamo, gestibile da app e una carta fisica Mastercard, in bioplastica vegetale, che permette di effettuare e ricevere bonifici, prelevare denaro contante agli ATM, effettuare donazioni e così via, disponibile con alcune opzioni:

  • Standard, al costo di 1 euro al mese;
  • opzione Family, che al costo di 1 euro al mese attiva un conto dedicato ai figli dagli 11 ai 18 anni, gestibile (e controllabile) dalla app del genitore;
  • una versione Free, che permette di pagare bollette, bollettini, MAV, RAV e PagoPA al costo di 2 euro a transazione, ma non include il conto di pagamento.

Le funzionalità da FinTech
Come per altri conti di pagamento "mobile first", troviamo la sintesi delle principali funzionalità di successo delle neobanche sul mercato. Un onboarding totalmente digitale, che permette di aprire un conto in 8 minuti; un’attenzione al tema green, con la carta in bioplastica; l’educazione finanziaria dei figli, con la digitalizzazione della paghetta e il controllo sulle categorie in cui il denaro viene speso; soluzioni di data analytics per fornire consigli di gestione delle spese ai clienti (in collaborazione con Tink).

In arrivo, prossimamente, l’integrazione di prodotti di terzi nell’ambito degli investimenti e delle polizze assicurative; l’aggregazione dei conti correnti detenuti presso banche terze, in ottica PSD2, che alimenterà il cross selling e l’ottimizzazione delle spese dei clienti; digital lending e molto altro.

I business case potenziali non mancano: l’integrazione con gli altri servizi Enel permette di percorrere strade nuove, anche in collaborazione con altre grandi aziende. Per questo, come ha sottolineato Matteo Concas, Responsabile Financial Solutions di Enel X, il lancio di oggi apre a strategie più da BigTech che da startup.

Il ruolo di Paytipper
Con un’ulteriore differenza: Enel X ha acquisito anche la maggioranza di Paytipper e con Enel X Pay arriva oggi a offrire servizi end-to-end, dall’issuing all’accettazione. Paytipper garantirà sia la presenza sul territorio, con i suoi esercenti convenzionati PuntoPuoi, sia la possibilità di sviluppare l’accettazione dei pagamenti, compresi i bollettini PagoPA. Altri partner tecnologici, oltre a Mastercard, sono SIA e Tink.


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Rating as a service, quando la banca fa la valutazione del rischio con una fintech

L’intelligenza artificiale cambia la valutazione del rischio di credito, avvicinando istituti bancari e tech company. Ecco la storia di modefinance, dalla nascita all’Università di Trieste all’ingresso tra le agenzie di rating fintech europee, scelta adesso da Banca Progetto per valutare la solvibilità delle imprese.

La valutazione del rischio è una delle attività centrali nell’industria dei servizi finanziari e del credito. Nell’era fintech sta cambiando profondamente e anche le banche cercano nuove soluzioni tecnologiche che aumentino l’efficacia e l’efficienza del rating: risultati più precisi in tempi più rapidi. Fra banche e fintech è ormai scoppiata la pace e l’open banking sta accelerando la conversione fra i due mondi.

Va in questo senso la scelta fatta da Banca Progetto, istituto di credito specializzato in servizi per le piccole e medie imprese italiane, di affidarsi a una piattaforma digitale che aiuta a capire il livello di solvibilità delle piccole aziende. Si chiama modefinance,  ha ormai 11 anni di vita, da startup è diventata scaleup e poi azienda nativa fintech (tecnologia applicata alla finanza). Che cosa fa? Sviluppa soluzioni di Intelligenza Artificiale per la valutazione e la gestione del rischio di credito.
 
La società nasce come spin-off dell’Università di Trieste, per applicare modelli ingegneristici a problemi della finanza, cioè alla codificazione del rischio: rischio credito, rischio Paese, rischio portafogli. Ne scaturisce un algoritmo, “More”, che consente di valutare le aziende: è innovativo perché ragiona come un analista del credito ed è sostanzialmente in grado di sostituire l’essere umano, soprattutto nell’analisi di dati di bilancio.

Fondata nel 2009, la startup parte con un finanziamento seed di circa 65mila euro capital fornito da Innovation Factory, dell’Area Science Park, grande parco scientifico e tecnologico italiano. Alla sua nascita viene identificata come progetto del Miur (Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica) ed è riconosciuta come spin-off universitario.
Il 15 luglio 2015 la European Securities and Markets Authority (ESMA) approva la registrazione di modefinance come Agenzia di Rating secondo il regolamento del Parlamento Europeo in materia.
Nel 2016 ottiene un ulteriore round di investimento dalla EASME, la European Union executive agency per le piccole e medie imprese. È l’ultimo dei finanziamenti, da allora in poi camminerà con le proprie gambe.
In totale, ad oggi, modefinance ha raccolto fondi per 1,4 milioni di euro e, in pochi anni, è diventata una delle principali agenzie di Rating FinTech d’Europa.

Valutazione del rischio, che cosa fa modefinance
modefinance si propone di tutelare imprese e società dal rischio di insolvenza e di default fornendo strumenti digitali per la valutazione e la gestione degli investimenti. Integra diverse competenze e discipline – dalla fisica all’economia, dall’ingegneria all’Information Technology – per lo sviluppo di soluzioni FinTech volte a migliorare e automatizzare le procedure di analisi e a semplificare la gestione economico-finanziaria.

I clienti di modefinance
Già diverse multinazionali, banche, Confidi, aziende FinTech e fondi d’investimento hanno scelto di usare i rating emessi da modefinance,  sia solicited sia unsolicited, che possono essere utilizzati ai fini regolamentari. Dal 2015 ad oggi, modefinance ha mostrato una crescita del 50% costante, anno su anno ed è in attivo dalla sua fondazione.


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Hype diventa joint venture tra Fabrick e illimity

Hype diventa una joint venture tra illimity e Fabrick, con un’operazione di consolidamento industriale in ambito fintech.

La logica strategica dell’operazione sta nell’accelerare i rispettivi progetti: da un lato illimity stava per lanciare la linea di business in ambito open banking, dall’altra Hype con 1,3 milioni di clienti era alla ricerca di nuovi clienti per il suo light banking. Ma registrava anche, al 30 giugno 2020, un risultato netto negativo semestrale di circa 8 milioni di euro.

Con la joint venture, Hype entrerà nel segmento di mercato delle piattaforme digitali non-bancarie di servizi finanziari e di pagamento con un’offerta che spazia dai pagamenti all’open banking e ai conti deposito. L’obiettivo è canalizzarla anche tramite partnership con operatori terzi.

Dal punto di vista strettamente tecnologico le sinergie sono evidenti: entrambe realtà native digitali, Hype e illimity si appoggiano entrambe a Fabrick per l’open banking e utilizzano il core banking Centrico.

Il piano industriale di Hype prevede sinergie di ricavi e costi per arrivare a 3,5 milioni di euro di utile nel 2023 e a 17 milioni nel 2025. Lato illimity, la Divisione Banca Diretta punta a sinergie di costo in ambito marketing e tecnologia, con una riduzione del costo di raccolta grazie alla focalizzazione su un maggiore bacino di utenti. Previsti anche vantaggi commerciali e strategici. Si stimano 10 milioni di contributo incrementale positivo al risultato netto per il 2023 e 20 milioni al 2025, tenendo conto di utile pro quota di Hype e minori costi di banca diretta.  Il Gruppo Sella registrerà complessivamente un impatto positivo sul CET1 ratio di 41 bps.

Le condizioni della joint venture
Dal punto di vista finanziario, Illimity acquisisce il 50% del capitale di Hype con una serie di operazioni societarie:

  • conferimento del ramo d’azienda di illimity che riguarda il progetto di open banking;
  • sottoscrizione da parte di illimity un aumento di capitale in Hype per 30 milioni di euro (a sostegno del piano industriale di Hype);
  • azioni illimity di nuova emissione saranno riservate a Fabrick: per l’esattezza il 7,5% del capitale di illimity per un controvalore di 45 milioni di euro;
  • earn out in azioni illimity di nuova emission, per un ulteriore 2,5% del capitale, a condizione che Hype raggiunga determinati obiettivi di redditività nel 2023-2024.

Al perfezionamento dell’operazione, quindi, il Gruppo Sella arriverà a detenere il 10% di illimity tramite un ulteriore aumento di capitale riservato, pari al 2,5% al prezzo di 8,337 euro per azione sottoscritto dalla capogruppo Banca Sella Holding per 16,5 milioni di euro.


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Consob: “I robo advisor piacciono ai giovani”

I dati del settimo Quaderno Fintech della Commissione evidenziano la propensione dei millennial verso la consulenza “automatizzata”. Ma a patto che sia conforme ai desiderata.

I giovani guardano con attenzione alla possibilità di accettare consigli dai consulenti finanziari-robot, soprattutto quando questi confermino le scelte che era già state fatte in autonomia, secondo il principio del “confirmation bias”.

E’ l’indicazione che emerge dal settimo “quaderno fintech” realizzato da Consob, che fa parte di una più ampia indagine sul fenomeno del fintech in cui la commissione è impegnata dal 2016 per esplorare opportunità e rischi derivanti dall’applicazione dell’innovazione tecnologica all’offerta dei servizi finanziari. “La probabilità che un individuo segua una raccomandazione di investimento non dipende dalla natura del consulente – spiega Consob – ossia prescinde dal fatto che il consulente sia fisico o digitale, bensì dal divario tra la scelta effettuata in autonomia prima di ricevere il consiglio e la scelta raccomandata dal consulente”. Nello specifico lo studio integra il filone di ricerca dedicato al robo advice con un contributo originale sui comportamenti di una specifica fascia di potenziali clienti di robo advisor, i millennials e post-millenials, per  verificare se la propensione di un individuo a seguire una raccomandazione di investimento cambi secondo che il consiglio venga formulato da un consulente umano ovvero da un robo advisor.

Lo studio utilizza dati ed evidenze raccolte nell’ambito di un esperimento di laboratorio, disegnato e organizzato in linea con le indicazioni dell’economia sperimentale, che ha coinvolto circa 180 studenti universitari della Luiss. “La probabilità che l’investitore sia disposto a seguire le indicazioni del consulente (umano o robo) aumenta se il portafoglio consigliato coincide con quello precedentemente scelto in autonomia – spiega la ricerca –  Tale evidenza potrebbe essere spiegata, tra le altre cose, da una propensione al cosiddetto ‘confirmation bias’, ossia l’attitudine a considerare tra le informazioni disponibili soprattutto quelle che confermano ipotesi e opinioni preesistenti”.

Nei casi in cui la scelta autonoma differisce dalla raccomandazione ricevuta, i partecipanti sembrano più propensi a seguire i consigli del consulente umano e meno propensi a seguire i consigli formulati da un algoritmo. Infine, i risultati mostrano che le studentesse partecipanti all’esperimento tendono a seguire i consigli ricevuti dal consulente fisico più di frequente se il consulente è una donna rispetto al caso in cui la raccomandazione sia stata formulata da un uomo.


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Assicurazioni, le compagnie storiche nel guado: le “polizze” by Google&co fanno gola ai consumatori

Secondo le rilevazioni di Capgemini-Efma il 44% degli utenti si dice favorevole a migrare verso le offerte dei colossi del Web. L’emergenza Coronavirus ha fatto impennare il fenomeno e le aziende del comparto dovranno innovarsi in nome dell’as-a-service per non rischiare di “soccombere”. Fondamentale la collaborazione con i partner tecnologici e una nuova cultura di “accesso condiviso”.

Le compagnie assicurative possono modernizzarsi con le tecnologie e una nuova mentalità customer-centrica per tenere testa all’ingresso delle Big tech nel settore finanziario e rispondere alle nuove esigenze di digitalizzazione dei clienti. Come si legge nel World InsurTech Report 2020 (WITR) pubblicato oggi da Capgemini ed Efma, “le assicurazioni devono esplorare nuove modalità per costruire competenze che permettano di soddisfare le esigenze digitali dei clienti, mentre le Big tech e gli operatori non tradizionali si fanno spazio nel settore assicurativo”.

L’incremento dell’engagement e delle aspettative dei clienti provocati dalla pandemia rappresenta un’opportunità crescente per le InsurTech. Se da un lato le Big tech – i colossi multinazionali come Google, Amazon, Facebook, Apple, Alibaba – si stanno facendo sempre più spazio all’interno del settore assicurativo, dall’altro le linee di demarcazione tra compagnie assicurative, InsurTech, Big tech e partner tecnologici diventano sempre più sfumate. Per rimanere competitive, le compagnie assicurative devono migliorare nelle aree ad alto impatto, tra cui la centralità del cliente, i processi intelligenti, l’agilità dei prodotti e un ecosistema aperto. La creazione di relazioni scalabili con le InsurTech aiuterà le compagnie a intraprendere un percorso di digitalizzazione più rapido ed efficiente, approfondendo le relazioni con i clienti e tenendo a distanza i nuovi competitor.

L’impatto del Covid-19 sul settore
Il Covid-19 ha avuto un impatto diverso sui sottosettori del mercato assicurativo, in quanto le coperture assicurative del ramo vita e salute hanno subito un’impennata, mentre quelle relative a viaggi e auto hanno registrato un calo. Tuttavia tutte le compagnie assicurative hanno riscontrato dei cambiamenti nel coinvolgimento dei clienti: nonostante oltre il 90% degli operatori tradizionali adesso sia pienamente in grado di lavorare da remoto, l’impatto del coronavirus è stato avvertito in termini di acquisizione e di fidelizzazione di nuovi clienti (lo ritiene, rispettivamente, il 61%  e il 42% delle società assicurative intervistate a luglio).

Le Big Tech focalizzate sul cliente sono le nuove stelle digitali
Il Covid-19 non è l’unica minaccia all’acquisizione e alla fidelizzazione dei clienti, si legge nello studio Capgemini-Efma. Durante la pandemia, le Big tech hanno alzato il livello di customer experience e il grado di fiducia riposta dai clienti, offrendo loro processi a prova di crisi, risposte in tempo reale e un customer care intuitivo. La disponibilità dei contraenti di rivolgersi alle Big tech per le proprie polizze assicurative è aumentata rispetto al 17% registrato nel 2016, passando per il 36% di gennaio 2020 fino al 44% riportato ad aprile di quest’anno. Per competere con le Big tech, le compagnie assicurative devono concentrarsi sulle principali priorità critiche, come una customer experience superiore, processi a prova di crisi, risposte in tempo reale, essere un partner attento ed erogare servizi di insurance-as-a-utility.

Nonostante l’utilizzo del cloud e delle Api aperte sia fondamentale, le compagnie non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati: solo il 19% degli intervistati afferma di disporre di processi touchless e il 29% di capacità di progettazione human-centered e sistemi digital-ready, mentre il 38% ha implementato Api aperte e il 48% dichiara di essere un’impresa cloud-native.

Il report evidenzia che, per migliorare le proprie competenze, le compagnie assicurative possono costruire e acquistare tecnologie oppure avviare collaborazioni dopo aver ponderato attentamente i pro e i contro secondo quattro dimensioni: tempo, investimento, autonomia e differenziazione. Collaborare è il modo più efficiente per ottenere la tecnologia necessaria a rimanere competitivi sul mercato: le partnership con gli specialisti attraverso l’accesso condiviso garantiscono agli operatori del settore assicurativo di potersi concentrare sulle proprie competenze chiave e offrire un valore migliore, essendo al contempo efficienti in termini di costi. Dal World InsurTech Report 2020 emerge che la volontà di collaborare è in aumento: il 67% delle compagnie assicurative vuole stringere partnership con le InsurTech; l’85% delle InsurTech vuole collaborare con i provider tecnologici, mentre l’83% punta a collaborare con le compagnie assicurative; oltre il 60% delle compagnie assicurative e delle InsurTech sono interessati a collaborare con le Big tech.
Le aziende dovranno adottare una nuova mentalità per passare dalla proprietà di competenze e asset all’accesso condiviso, per promuovere l’efficienza e incoraggiare le partnership con player più specializzati. Questo permetterà alle aziende di concentrarsi sulle proprie competenze chiave e di offrire un miglior valore aggiunto attraverso l’iper-personalizzazione e una continua innovazione congiunta.


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Nexi Open: nuovi servizi con Meniga

Nell’ecosistema di open Banking di Nexi entra Meniga, FinTech attiva nello sviluppo di soluzioni di personal & business financial management.

Grazie all’ingresso di Meniga in Nexi Open, le banche partner della PayTech possono offrire ai clienti servizi PFM (Personal Financial Manager) e BFM (Business Financial Manager), potenziati dalle nuove funzionalità di accesso ai conti del cliente e di trasferimento di denaro tra conti dettate dalla PSD2. Gli istituti di credito possono scegliere se attivare questi servizi su internet banking, app o altro.

I servizi PFM per i privati
Nello specifico, il PFM per i privati consente di avere una visione chiara delle proprie finanze, aggregando in una vista unica le transazioni di più conti correnti, di categorizzare entrate e uscite con specifiche voci finanziarie, di essere tempestivamente informati sull’eventuale superamento dei propri limiti di budget, favorendo così la definizione di obiettivi personali di risparmio. Inoltre, consente di ricaricare il proprio conto con addebito presso conti detenuti su altre banche e altro ancora.

I servizi BFM per le imprese
Il BFM, invece, facilita la gestione finanziaria di una piccola impresa o di uno small merchant: consente di aggregare le informazioni sulle transazioni dei molteplici conti correnti dell’azienda. Inoltre, le funzionalità tipiche di un BFM rappresentano un valido “CFO digitale” per i clienti SME della banca, grazie alla facilità di consultazione delle informazioni finanziarie, alla semplificazione delle attività operative e contabili, alla gestione avanzata del cashflow, alla possibilità di gestire budget e risparmi e di avere accesso ad insights di valore.


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Crowdfunding immobiliare al raddoppio: proptech in spolvero

I dati del report 2019 Polimi-Walliance-Dwf Italy: il settore ha raddoppiato la sua portata ed è arrivato a valere 20 miliardi di euro. In Italia il comparto è ancora “giovane” ma in costante crescita. Tra le regioni all’avanguardia spicca la Lombardia.

E’ una crescita sostenuta quella che caratterizza il mercato del crowdfunding immobiliare, che a fine 2019 è arrivato a raccogliere su scala globale più di 20 miliardi di euro, raddoppiando in valore nel giro di un anno. Sono 144 le piattaforme attive nel mondo, suddivise tra equity, lending e ibride. Alla raccolta complessiva l’Europa ha contribuito per 3 miliardi di euro grazie all’attività di 72 portali, mentre negli Usa il settore è arrivato a un volume di 13,6 miliardi di dollari, raccolti da 38 piattaforme. Quanto ai fattori attorno ai quali ruoterà lo sviluppo del settore, i più importanti sono da una parte la crisi legata al Covid-19 e dall’altra lo sviluppo del PropTech.

Sono alcuni dei dati che emergono dal Real Estate Crowdfunding Report 2019, progetto di ricerca nato dalla collaborazione tra il dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano e la piattaforma Walliance, con il contributo della law firm Dwf Italy. Il report, giunto alla sua terza edizione, ha l’obiettivo di mappare l’ecosistema delle piattaforme di crowdfunding immobiliare a livello mondiale, studiarne le dinamiche e valutarne i modelli di business.

Tornando alla distribuzione geografica del fenomeno, Europa e gli Stati Uniti si confermano le più grandi piazze per la raccolta di capitali su scala globale, a cui si aggiunge un progressivo aumento delle piattaforme censite nel resto del mondo, che rispetto alla ricerca sul 2018 sono passate da 27 a 34, per una raccolta complessiva di 5,3 miliardi di euro. In questo quadro l’Italia si presenta come un mercato ancora giovane e che non ha sviluppato le proprie potenzialità, che in ogni caso nell’ultimo triennio ha registrato una significativa e costante crescita, trainata dalla Lombardia che assume il ruolo di baricentro dello sviluppo del settore con il 68% dei progetti finanziati.

In Italia sono state registrate 11 piattaforme verticalizzate nel real estate, di cui 4 di tipo equity e 7 di tipo lending. Fino al 30 giugno 2020 la ricerca ha individuato 219 campagne che hanno raccolto 72 milioni di euro, di cui 33,5 imputabili al 2019 e 24,5 al primo semestre del 2020. Sempre al 30 giugno 2020 le piattaforme attive in Italia che hanno raccolto più capitali sono Walliance, che rimane leader con oltre 21,7 milioni di euro raccolti (di cui 10,62 nell’ultimo anno), Housers e Rendimento etico, rispettivamente con 11,7 e 11,3 milioni di euro.

Per tornare infine ai fattori di sviluppo di questo mercato, questo dovrà affrontare la sfida portata dalla pandemia, che ha cambiato in modo sostanziale i gusti e le esigenze abitative della popolazione e ha influito sugli investimenti degli operatori e sul mercato finanziario. Sempre a causa dell’emergenza Coronavirus si è registrata negli ultimi mesi un’accelerazione della digitalizzazione dei processi e alla diffusione delle nuove tecnologie PropTech con il loro potenziale “rivoluzionario”. “Negli scenari più conservativi – spiega la ricerca – a fine 2020 il mercato europeo potrà superare il valore cumulato di raccolta di 4 miliardi di euro, sfiorando la soglia dei 100 milioni di euro in Italia”.


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Pagare con lo Swatch: sbarca in Italia il wearable “connesso”

Via alla commercializzazione del nuovo SwatchPay che consente di effettuare transazioni in modalità contactless semplicemente avvicinando l’orologio al Pos. Il servizio al momento è disponibile per i clienti di Intesa Sanpaolo e Mastercard.

Dopo il lancio in Cina, in Svizzera e in altri paesi europei, SwatchPay!, il wearable di Swatch che consente di effettuare pagamenti contactless, è disponibile anche in Italia. Il dispositivo utilizza un chip radio Nfc integrato nel quadrante dell’orologio. Per completare la transazione, il cliente non deve far altro che avvicinare l’orologio al Pos e inserire il Pin della carta solo per le transazioni superiori a 25 euro. A quel punto, il lettore acquisisce le informazioni di pagamento dal chip dell’orologio e autorizza il trasferimento di denaro.

L’energia necessaria per l’operazione viene fornita dal terminale, per cui, a differenza di quanto avviene con gli smartphone, l’orologio può essere utilizzato per il pagamento senza preoccuparsi del consumo della batteria. Inoltre, come gli altri modelli Swatch, resiste all’acqua fino a una profondità di 30 metri. L’associazione di una carta di pagamento all’orologio Swatch può avvenire in qualunque Swatch Store. Inoltre il cliente potrà sospendere o riattivare la funzione di pagamento del suo SwatchPay! in qualunque momento con un solo tap dal proprio smartphone o tablet tramite l’app mobile SwatchPay!. Il dispositivo è disponibile in 15 modelli a partire da 85 euro.


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Pagamenti rateali online, Afterpay arriva in Europa (e in Italia) comprando Pagantis

Afterpay entra in Europa (e in Italia) con l’acquisizione della fintech spagnola Pagantis, pagata 50milioni di euro, portando il suo sistema di pagamento Clearpay “acquista ora, paga dopo”: ha già circa 8milioni di clienti in Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito.

L’e-commerce cresce e parallelamente aumenta lo spazio di mercato per i sistemi digitali rateali: compra subito e paga dopo. Così l’Europa (e anche l’Italia) comincia a fare gola ai grandi player internazionali. Come l’australiano Afterpay Touch Group, che è una startup cresciuta bene visto che è stato fondato nel 2014 e ha già circa 8milioni di clienti nel mondo e un fatturato di 250 milioni di dollari.

Afterpay sbarca in Europa per effetto di un accordo con NBQ Corporate per l’acquisizione di PMT Technology e Pagantis, fintech spagnola fondata nel 2011 che offre servizi di pagamento a rate per gli operatori dell’ecommerce in Spagna, Francia e Italia.

Afterpay è un sistema di pagamento che permette ai clienti di ricevere immediatamente i prodotti e pagare per gli acquisti con quattro rate senza interessi. Il servizio è totalmente gratuito per i clienti che non hanno ritardi nei pagamenti.

A giugno 2020, oltre 55.400 commercianti offrono i servizi di Afterpay usati attivamente da oltre 9,9 milioni di clienti in tutto il mondo. Attualmente Afterpay è disponibile in Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito, con il nome Clearpay, e ha clienti a livello internazionale, soprattutto nel settore fashion, tra cui Vestiaire Collective, Uniqlo, Asos, Boohoo e Amazon.

In seguito all’acquisizione di Pagantis, si espanderà in Spagna, Francia e Italia.


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Tokenizzare i crediti deteriorati: Wizkey lancia “Define”

La piattaforma utilizza la blockchain pubblica di Ethereum e garantisce trasparenza e sicurezza evitando i rischi legati a incertezze informative nella compravendita di asset finanziari.

Permettere agli operatori finanziari, banche e imprese di valorizzare asset illiquidi come i crediti trasformandoli in token sicuri, trasparenti e liquidi, grazie ad un’infrastruttura decentralizzata blockchain-based per la tokenizzazione di asset, crediti e Npl.

Wizkey va a inserirsi tra le soluzioni tecnologiche basate sulla blockchain che i mercati finanziari sono pronti ad adottare per ridurre i costi e le tempistiche dei processi tradizionali, campo sul quale sono già in atto diversi casi d’uso e sperimentazioni, come ad esempio il progetto Spunta di Abi Lab. Proprio questi test hanno contribuito a evidenziare che la blockchain con le sue caratteristiche intrinseche di trasparenza e sicurezza consente agli operatori di rivoluzionare il modo attuale di lavorare, permettendo di concentrarsi e focalizzarsi pienamente sul proprio business. Quanto ai benefici, si traducono essenzialmente in una maggiore liquidità dell’asset, maggiore capacità di monetizzazione per i venditori e minori rischi per gli investitori.

Risale infine all’anno scorso il lancio – da parte di Wizkey – della piattaforma Define, soluzione pensata in modo particolare per il mercato dei crediti deteriorati, i cosiddetti Npl, non performing loans, per il quale Bain & Company prevede una crescita esponenziale nel 2021. Moratorie e crediti garantiti, concessi per aiutare le imprese a far fronte alla crisi generata dalla recente pandemia, infatti, genereranno secondo Bain & Co un’impennata notevole dei non performing loans: le banche diventeranno più vulnerabili anche rispetto alla crisi del 2008 e proprio per questo motivo diventerà sempre più forte la necessità di strumenti adeguati che le aiutino a gestire al meglio i propri portafogli. La piattaforma sarà concessa in uso gratuito alle banche per i test fino al 31 dicembre 2020.

“Si tratta di un mercato molto interessante, dove le operazioni manuali di ricerca documentale portano via molto tempo e rappresentano spesso un problema in fase di negoziazione dei portafogli – afferma Marco Pagani, ceo di Wizkey – qui la tecnologia blockchain può portare interessanti benefici in termini di efficienza operativa ed economica. E’ per questo che abbiamo voluto concentrare i nostri sforzi per creare una piattaforma dinamica semplice e altamente intuitiva che permette un notevole risparmio di tempo e di denaro”.


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Banca Progetto punta 1,5 milioni sulla startup Faire.ai (credit automation)

Faire.ai è una nuova startup fintech che sfrutta l’open banking come fonte e utilizzo dei dati, machine learning e AI per stimare i credit score dei consumatori. Ha appena chiuso un round di finanziamento da 1,5 milioni di euro da Banca Progetto, specializzata in credito a famiglie e imprese. 

La startup offre una piattaforma cloud che abilita banche partner e istituzioni finanziarie all’erogazione di prestiti istantanei attraverso un’unica API. Ciò è possibile grazie all’open banking, che consente il recupero dei dati transazionali degli utenti. A questo punto entra quindi in gioco l’intelligenza artificiale che consente di definire il merito creditizio dell’utente. Infine, la piattaforma offre a partner finanziari integrazioni via API per approvazione istantanea dei prestiti.

Si tratta, quindi, di una rivoluzione importante in questo mercato, in quanto solitamente per il tempo medio di erogazione varia tra i 5 e i 10 giorni lavorativi. Secondo il report di Crif il 40% della popolazione attiva in Italia ha un prestito attivo, di cui il 45% con importo inferiore ai 5.000 euro che solitamente va a coprire spese come l’acquisto di una nuova auto, di elettrodomestici, ecc..

Fair.ai, attiva sul mercato da pochi mesi, prevede di arrivare a fine anno con un team di oltre 10 persone e il cui numero è destinato a raddoppiare entro fine 2021. Oltre a crescere in termini di organico, Faire.ai ha tra i suoi prossimi obiettivi quello di puntare ad altri mercati europei, partendo dalla quello spagnolo.
 


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Amodo, la startup che aiuta le compagnie assicurative a usare i dati

Insurtech croata fondata nel 2013, Amodo sviluppa piattaforme che permettono di raccogliere dati comportamentali sui clienti e dopo aver vinto nel 2015 di Open-F@B Call4Ideas, ha realizzato con BNP Paribas Cardif un’app per la protezione in mobilità. 

Amodo è stata una delle tre vincitrici della seconda edizione di Open-F@b Call4Ideas, nel 2015. In seguito, ha già realizzato con BNP Paribas Cardif un primo progetto chiamato “Safe Ride & Drive”, un’app di protezione mobile, e sta ora lavorando ad altre possibili applicazioni, con un sguardo sempre rivolto alle innovazioni riguardanti i nuovi modi di spostarsi.

Amodo, grazie all’Advanced Data Analytics e all’Intelligenza Artificiale, consente la personalizzazione dei prezzi, la promozione automatizzata, il preventivo e le vendite. I suoi analytics si nutrono di dati raccolti attraverso smartphone e altri dispositivi connessi, ma anche attraverso data enrichment e gamification: ne deriva la possibilità per una compagnia di proporre nuovi prodotti e servizi personalizzati.

“I clienti non vogliono regalare dati, ma vogliono scambiarli con qualche vantaggio.” spiega il CEO e fondatore Marijan Mumdziev, “Nel dopo Covid, questo atteggiamento lo stiamo registrando ancora di più. Con la pandemia e il lockdown le persone hanno sperimentato cose nuove, nuovi bisogni anche di tipo assicurativo e cercano nuovi prodotti. Pensiamo ai cambiamenti in ambito mobilità, alla semplice necessità per un cliente di poter ‘accendere o spegnere’ un’assicurazione auto secondo le proprie esigenze”.


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Central Bank Digital Currencies CBDC: una piattaforma Mastercard per la sperimentazione

Con una piattaforma di test personalizzata per la sperimentazione di Central Bank Digital Currencies, Mastercard invita Banche centrali e commerciali, società tecnologiche e di consulenza ad analizzare i progetti tecnologici CBDC, convalidare i casi d'uso e valutare l'interoperabilità con i canali di pagamento esistenti oggi, per i consumatori e le aziende.

L’innovativa piattaforma di test virtuale e personalizzata rilasciata da Mastercard consente alle banche centrali di valutare casi d’uso e testare strategie di roll-out delle Central Bank Digital Currencies (CBDC) simulandone l’emissione, la distribuzione e lo scambio tra banche, fornitori di servizi finanziari e consumatori, incluso il modo in cui un CBDC può interfacciarsi con le reti e le infrastrutture di pagamento esistenti, ad esempio carte e pagamenti in tempo reale.

Banche centrali e commerciali, società tecnologiche e di consulenza possono collaborare con Mastercard per valutare i progetti tecnologici CBDC, convalidare i casi d’uso e valutare l’interoperabilità con i canali di pagamento esistenti oggi, per i consumatori e le aziende.

Secondo un sondaggio della Bank for International Settlements, l’80% delle banche centrali si sta impegnando in una qualche forma di lavoro sulle valute digitali delle banche centrali e circa il 40% delle banche centrali è passato dalla ricerca concettuale alla sperimentazione di concetti e design. 
Mastercard vuole sfruttare la sua esperienza per consentire lo sviluppo pratico, sicuro e protetto delle valute digitali. Le CBDC sono progettate per essere equivalenti in valore alla valuta cartacea di una nazione e soggetti alle stesse garanzie sostenute dal governo. Oltre a stampare moneta, le banche centrali possono emettere CBDC come rappresentazione digitale della valuta fiat di un paese. 


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Un milione di euro per Lokky, il broker digitale per micro-imprese e partite iva

Lokky, broker assicurativo digitale italiano focalizzato su micro-imprese, professionisti e freelance, ha chiuso un round di investimento con una raccolta complessiva di circa 1 milione di euro e l'ingresso di una cordata di investitori privati strategici.

L’insurtech italiana è tra le prime in Italia ad essersi focalizzata sul cliente ‘PMI’. Grazie all’utilizzo di tecnologie innovative nell’ambito degli Smart Analytics, Machine Learning e Data Enrichment, l’algoritmo proprietario Lokky propone al cliente solo la copertura più rilevante per i suoi bisogni, proponendo una piena personalizzazione dei prodotti disponibili ed il tutto in pochissimi steps dove al cliente non viene richiesta nessuna competenza specifica assicurativa.

L’offerta di Lokky copre le esigenze assicurative di più di 200 tipologie di microimprese, professionisti e freelance, con coperture per la responsabilità civile, la responsabilità professionale, la tutela legale, gli infortuni, incendio, furto e ad altri danni.

“Come spesso accade, Lokky è nata da un’esigenza di mercato che abbiamo vissuto personalmente, soprattutto per la mancanza di soluzioni studiate ad hoc sui veri bisogni del professionista o dell’imprenditore; abbiamo, così, individuato i punti di frizione della customer journey, resa inefficiente, soprattutto dalla scarsa digitalizzazione e targetizzazione dei servizi offerti e, dopo aver individuato un segmento di mercato non presidiato, abbiamo iniziato a costruire la nostra offerta” così Paolo Tanfoglio, CEO e cofondatore, insieme a Sauro Mostarda, di Lokky.

Questa operazione rappresenta il secondo round di investimento per la startup operativa dal 2019 e fa salire Lokky a quota 1,6 milioni di euro raccolti.

Tra le finalità dell’operazione: accelerare la crescita in Italia, potenziare la piattaforma e innovare l’offerta prodotti.